L’Ideatorio riapre con nuove risposte agli “inciampi” della mente

Dopo il lockdown, la mostra “Imperfetto” nella sede di Cadro. «Vogliamo mantenere viva – spiega il coordinatore Giovanni Pellegri – la curiosità e lo stupore che colgono l’uomo di fronte alla natura»

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di Agnese Codignola

C’è una missione alla quale l’Università della Svizzera Italiana (USI) tiene particolarmente: favorire il dialogo tra la scienza e la società. Non solo perché i cittadini sono spesso chiamati a pronunciarsi su questioni che hanno aspetti scientifici, ma perché, in una visione più ampia, la scienza è cultura, incontro, dialogo e progresso. Per questo è indispensabile che tutti imparino a capire e a fare proprio il pensiero scientifico.

Fino a qualche anno fa questo mandato avrebbe avuto una traduzione schematica, fatta di informazioni scientifiche rese “digeribili” anche da parte di chi non ha una formazione specifica, cioè semplificate, perché questo era il modo giusto, anzi probabilmente l’unico – si pensava – per avvicinare tutti alle grandi questioni della scienza e della tecnologia. Poi, però, è successo qualcosa che ha fatto riflettere tutta la comunità scientifica e non solo: il no al referendum su ogni tipo di intervento sul genoma, percepito dalla popolazione svizzera come qualcosa di negativo a prescindere dal tipo di azione e di scopo per il quale era realizzato, con grave detrimento per tutta la ricerca. In quel momento – erano i primi anni duemila – si è capito che si dovevano cercare altri strumenti, e navigare verso territori sconosciuti, in parte, ma più liberi, e soprattutto comuni. Si doveva insomma cambiare radicalmente approccio.

Tra i promotori delle innovazioni nate da quel momento di crisi c’era Giovanni Pellegri, una laurea in biologia alla facoltà di Scienze dell’Università di Losanna, un dottorato in neurobiologia presso la stessa università (facoltà di medicina) e una lunga carriera presso l’USI, al Servizio Ricerca, con una tappa importante, tra le altre: la creazione, nel 2005, de L’ideatorio, evoluzione naturale dell’incarico, nel 2004, di coordinatore regionale, presso la stessa USI, di Science et Cité, il centro dell’Accademia svizzera delle Scienze che si occupa appunto del dialogo tra la scienza e la cittadinanza.

Spiega Pellegri: «Oggi capire gli argomenti scientifici non significa conoscere i dettagli di un certo argomento, perché per quelli si può fare affidamento sulla mole pressoché infinita di informazioni che si possono reperire in rete. Piuttosto, ciò che ci ha sempre ispirato, a Science et Cité come all’ideatorio, è un’idea differente: quella di mantenere viva la curiosità e lo stupore che colgono l’uomo di fronte alla natura, e alla meraviglia che si prova di fronte alla comprensione del suo funzionamento e delle sue manifestazioni. Anziché puntare sulla parte più razionale del cervello, quella che immagazzina informazioni, abbiamo cioè optato per quella emotiva, che suscita domande, riflessioni, dubbi, emozioni. In fondo – continua Pellegri – un cittadino privo di una formazione scientifica non giungerà mai ad avere una vera competenza tecnica, ma questo è un suo diritto: non è suo compito. Ciò cui invece ha diritto è una riflessione matura, nata dal desiderio di comprendere e di dialogare con il mondo scientifico. Lo si vede molto bene con i bambini: se cerchiamo di somministrare, per così dire, le nozioni, otteniamo ben scarsi risultati. Ma se facciamo leva sulla curiosità e sullo stupore, la loro attenzione è assoluta, e ciò che emerge dai loro pensieri è qualcosa di sempre nuovo e di unico, un vero tesoro anche per noi adulti».

Pellegri fa un esempio tratto da una delle numerosissime storie vere accadute con i bambini che frequentano L’ideatorio. Posti di fronte alla volta celeste del Planetario, i bambini di una scolaresca erano stati chiamati a indicare le stelle a loro note. Una bimba rispose che tra esse c’era la sua mamma. La quale, effettivamente, era scomparsa. La risposta aveva spiazzato tutti. Era arrivato quello che Pellegri, richiamando anche lo psicanalista italiano Massimo Recalcati e il tema della mostra “Imperfetto” al momento in corso all’ideatorio, chiama l’inciampo, una definizione che, a sua volta, si rifà alle pietre d’inciampo ideate dall’artista tedesco Gunter Demnig e ormai presenti sui marciapiedi di moltissime città in tutto il mondo, per ricordare ogni singolo deportato nei campi di sterminio nazisti: «L’inciampo può essere una debolezza del nostro corpo o del nostro carattere, o quella domanda inaspettata fatta da una bambina, così come il momento in cui ci accorgiamo che la persona che abbiamo davanti necessita di canali di comunicazione diversi da quelli classici, magari perché è portatrice di una condizione quale l’autismo. In quel momento il mio sapere, così come l’ho imparato e l’ho sempre trasmesso con capacità e competenza, si ritrova sorprendentemente inadeguato e devo decidere come reagire». C’è chi prosegue facendo finta di nulla, sottolinea Pellegri, o chi rifiuta di mettersi in discussione semplicemente affermando che un certo strumento non è adeguato. E poi c’è chi, di quell’inciampo, fa tesoro. «Le esperienze di vita mostrano che esiste un concetto di cultura presente in tutti – spiega. – Questa visione richiede di recuperare, al di là del sapere nozionistico, quel nucleo originale che ha fatto scaturire il desiderio di scoprire qualcosa di più sulla nostra vita. Un nucleo che propone incessantemente quelle domande fondamentali che appartengono a tutti: chi siamo? Qual è il mio ruolo? Che cos’è la vita? Qual è il suo senso?».

Già, sono proprio le grandi domande quelle che affiorano non appena si lascia da parte il nozionismo e si parla alla persona, all’essere umano. Ancora Pellegri: «Alla domanda “da dove vieni?”, i bambini rispondono: “dalla pancia della mamma”, “dalla scimmia”, “da Dio”, “da Allah”, e altri, in modo più pragmatico, si limitano a dire che arrivano dalla fermata del bus o da Bellinzona. Tutte risposte giuste. Tutte risposte sbagliate. Poco importa, perché nessuno sa da dove veniamo. Ma è questo l’uomo che ci interessa, quel miscuglio di sogni, speranze e proteine. Perché, come ci ricorda il filosofo Edgar Morin, l’essere umano è nel contempo fisico, biologico, psichico, culturale, sociale, storico».
Con queste premesse nascono dunque i progetti de L’ideatorio, che dopo la chiusura dovuta al lockdown riprende, sia pure con alcune limitazioni, le sue attività (con tutte le misure di precauzione necessarie) nella bella sede di Cadro, con la mostra – come dicevamo – “Imperfetto. Tra inciampi e abilità del nostro cervello” e con le attività per le scuole e la cittadinanza, per quanto possibile.

Perché tutto, conclude Pellegri, «ci ricorda, come affermava Gregory Bateson, che galassie, amebe, noi e le primule siamo elementi affini, nati da una storia comune e da riporre nello stesso cassetto. Ci ricorda anche che la fragilità abita la storia di ognuno di noi. Lo facciamo dando valore all’indagine scientifica, ma coscienti che la scienza, da sola, non può rispondere al problema dei significati. La realtà è una sola: per l’astronomo, per il panettiere e per il teologo. Quando la scienza cerca di leggere, con umiltà e rispetto, questa realtà, allora diventa cultura».

Ultimo aggiornamento: 8  giugno 2020
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